Disclaimer| Informativa Privacy| Licenza| Informativa Cookie
Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001.
L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. Verranno cancellati i commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla Privacy. Alcuni testi o immagini inserite in questo sito sono tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo via email agli indirizzi indicati nella sezione CONTATTI. Saranno immediatamente rimossi. L'autore del sito non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.
Informativa Privacy (art.13 D.Lgs. 196/2003):
Per poter postare un commento è richiesto l’inserimento di un indirizzo e-mail, che viene utilizzato esclusivamente per l’invio delle news del sito e per comunicazioni riguardo i commenti ed eventualmente la loro moderazione. Le opinioni ed i commenti postati dagli utenti e le informazioni e i dati in esso contenuti non saranno destinati ad altro scopo che alla loro pubblicazione sul Sito, in particolare, non ne è prevista l’aggregazione o selezione in specifiche banche dati. Eventuali trattamenti a fini statistici che in futuro possa essere intenzione del sito eseguire saranno condotti esclusivamente su base anonima. Mentre la diffusione dei dati anagrafici dell’utente e di quelli rilevabili dai commenti postati deve intendersi direttamente attribuita alla iniziativa dell’utente medesimo, garantiamo che nessuna altra ipotesi di trasmissione o diffusione degli stessi è, dunque, prevista.
In ogni caso, l’utente ha in ogni momento la possibilità di esercitare i diritti di cui all’ art. 7 del D.Lgs. 196/2003.
Per far valere tali diritti, l'Utente può rivolgersi direttamente al Titolare del Trattamento dei Dati personali all'indirizzo indicato nella sezione CONTATTI.
Licenza Creative Commons
il Detto Matto by www.ildettomatto.it is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Unported License.

Puoi riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire,recitare quest'opera ed anche modificare quest'opera a condizione di attribuire la paternità dell'opera citando espressamente l'autore ed inserendo il link diretto alla pagina del contenuto originario.
Non puoi utilizzare questa opera per fini commerciali e devi condividere allo stesso modo l'opera che stai utilizzando.

chiudi
 
 
Statistiche globali
  • visite totali al sito
    47434
  • visite di oggi
    32
  • commenti inseriti oggi
    0
  •  
Statistiche personali
     
(Il profilo locale viene gestito dal tuo browser. Tali dati non ci vengono inviati.) Cancella il tuo profilo locale
chiudi
disclaimer statistiche
 
Per scaricare velocemente l'ultima edizione della rivista cliccare qui.

 

contro lo stigma, l'emarginazione, l'esclusione, la solitudine,
la paura collettiva della malattia mentale

Benvenuto nel sito
(questo messaggio verrà visualizzato solo la prima volta)

Comunico quindi sono.

L’associazione si propone di far conoscere e diffondere le produzioni artistiche, letterarie ed autobiografiche di coloro che vivono in prima persona il dramma dell’esclusione legato al disagio psichico ... e non solo!
Sei invitato a lasciare un feedback. Scrivi per incoraggiare l'iniziativa.
ultimi contenuti pubblicati
cucina
l'anno scorso
ITALIA VIGNA D’ EUROPA
Per quanto in molti, tra i non addetti ai lavori, credano che la viticoltura nel continente euro-asiatico abbia avuto inizio in Grecia, poco prima di Omero, la verità venuta a galla da recenti studi e ricerche archeologiche e antropologiche ha del sensazionale. Si tratta del ritrovamento in Armenia di una cantina ben organizzata per la vinificazione e ben conservata, risalente a 5000 anni fa. L’attività vinifera in Armenia è tutt’oggi presente in alcune nicchie di quella regione, con metodi e pratiche tradizionali che non si discostano molto dal passato, ad esempio nell’utilizzo di grosse anfore di terracotta per la conservazione del vino dopo la fermentazione, oltre che alle moderne barrique da 225 litri oggi in uso comune. Sono degni di nota, per chi è curioso e voglia approfondire la propria conoscenza sui vini d’Armenia, in particolare i vini rossi amabili e i vini rossi liquorosi o da dessert. Tale parentesi nulla toglie al fondamentale ruolo che la Grecia ha avuto nello sviluppo della viticoltura in Europa ed in particolare in Italia, prima e dopo Omero. L’archeologia, l’antropologia e la letteratura, con i suoi tre grandi poemi epici quali l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide, ci danno un quadro assai ricco e dettagliato del modus vivendi greco-romano prima, ed italico poi, di quel periodo legato al vino. Facendo un salto nello spazio e nel tempo, ci spostiamo dall’Eurasia del 3000 a.c. all’Europa Sud-Orientale del periodo pre-romano, con una particolare attenzione alla Grecia pre e post-omerica. Anche se a scuola ci hanno insegnato che i rapporti commerciali tra Grecia e Italia iniziano dopo la nascita di Roma, nell’VIII sec. a.c., in realtà ciò non corrisponde al vero. E’ accertato che i greci, grandi navigatori e mercanti di spezie e stoffe pregiate provenienti dal vicino Oriente, intrattenessero intense relazioni di import-export con le popolazioni italiche del sud-Italia (Sicilia, Puglie e Calabria). Le prove sono nei fondali del Mar Ionio, Mar di Sicilia, Adriatico Meridionale e Mar Egeo nel Peloponneso. Per la gioia degli storici e degli archeologi, dai fondali di questi mari sono stati riportati alla luce decine e decine di navigli di tipo commerciale in uso in Grecia più o meno all’epoca di Omero (900 a.c.), con i loro preziosi carichi di anfore, in molti casi ben conservate, che servivano al trasporto di olio, vino e persino miele. Alcune di queste anfore è possibile ammirarle a Torgiano, nel cuore dell’Umbria, al museo del vino e dell’olio tra i più importanti al mondo. Purtroppo il vino e l’olio contenuti nelle tante anfore riemerse dal Mare Nostrum sono fuoriusciti dai loro contenitori in seguito ai naufragi, per cui non sapremo mai con precisione come era fatto il vino a quei tempi, ma di questo ne parleremo più avanti, mentre il discorso cambia per il miele. E’ sbalorditivo, ma non molti anni fa alcuni subacquei della sovraintendenza ai beni archeologici, allertati da pescatori di altura dai loro pescherecci, hanno ritrovato e portato alla luce dai fondali del Mar Ionio un’imbarcazione romana di epoca repubblicana con all’interno diverse anfore contenenti miele, perfettamente conservate, con tappi ben fissati al loro posto. Ancora più sbalorditivo è stato il referto delle analisi chimiche ed organolettiche effettuate sul miele ritrovato che è risultato chimicamente ed organicamente intatto; le proprietà antibatteriche del miele, che tutti conosciamo, lo hanno protetto dall’attacco di qualsiasi agente esterno per quasi 2000 anni. Altri elementi per supportare l’esistenza di una fitta rete di commerci tra l’Italia pre-romana e la Grecia si possono facilmente trovare andando a fare un giro tra gli Appennini Calabresi dove ci sono alcuni paesi come Gerace, per esempio, sorti prima di Roma, con resti architettonici risalenti all’era classica greca. E c’è di più: in alcuni di questi paesi la popolazione parla un dialetto molto simile al greco antico e nei loro usi e costumi si trovano sovente ricorrenze di feste pagane legate alla religione ortodossa, tutt’ora religione ufficiale della repubblica greca. Dalla Magna Grecia al resto dell’Italia lo spazio ed il tempo di percorrenza per la vitis-vinifera sono stati brevi. In circa 1000 anni, sino al periodo di massima espansione di Roma, la vitis-vinifera di provenienza medio-orientale ancor più che greca, raggiunge tutte le regioni d’Italia, sostituendosi alla vite selvatica, già presente nella nostra penisola e dando modo ai romani di cominciare quelle attività di viticultori che li accompagneranno fino alla fine dell’impero. Ma com’era il vino che bevevano i romani? Pur esistendo dei veri e propri trattati, per la verità non del tutto scientifici, ci sono arrivate diverse e discordanti notizie sul tema anche da personaggi del calibro di Tacito, Plinio, Plinio il vecchio e Svetonio. Certamente era annacquato, speziato e smielato. Qualcuno si domanderà il perché. Per rispondere a ciò bisogna fare un passo indietro, cercando prima di tutto di capire cosa è il vino. Il vino in natura è il succo d’uva fermentato, che in poco tempo diviene aceto e non vino. Durante la fermentazione una parte degli zuccheri contenuti negli acini dei grappoli, per via di certi enzimi, si trasformano in alcol etilico o etanolo, da non confondere con il metanolo che è tossico. Ciò riguarda la parte detta “morbida” o dei polialcoli del vino; c’è poi la parte detta “dura” o della sapidità e dell’acidità. Qui le cose si complicano, non tanto per la sapidità me per gli acidi. Gli acidi per loro natura sono volatili, cioè non tendono a trasformarsi legandosi alle tante altre (oltre 400) sostanze chimico naturali contenute nel vino, cambiando aspetto. Solo dopo il ‘600 con i primi studi chimico-enologici (Pasteur) si è potuto intervenire ovviando solo in parte al problema. Ciò detto, gli acidi, o meglio l’acido citrico, l’acido lattico, l’acido mallico e più di tutti l’acido acetico, se non si interviene come si fa oggi, nel giro di 8-10 mesi prendono il sopravvento rendendo il vino di cattivo gusto. Noi oggi diciamo che ha “spuntato”. In breve il succo d’uva fermentato in natura diviene aceto e non vino. Solo con la millenaria esperienza vitivinicola l’uomo è riuscito a trasformare l’uva in vino. Dunque i romani nel vino mettevano un terzo di acqua, sperando così di attenuare quella sensazione sgradevole di cui ho parlato. Anche dai Sali e dalle basi (aspetto alcalino) giungevano problemi al vino dei romani, seppur meno determinanti. Costoro ottemperavano aggiungendo miele, poi per rendere il vino profumato e con un minimo di classe ed eleganza, aggiungevano erbe aromatiche e spezie come alloro, salvia, menta in abbondanza; chiodi di garofano, semi di anice, di finocchio e cumino. Dalle notizie che si hanno, almeno per quanto riguarda l’Italia imperiale, le tecniche di vinificazione, più o meno, sono rimaste invariate fino al tardo medio-evo. Prima di lasciare la storia antica del vino e dei suoi usi, per giungere a quella moderna, c’è una storia che circola negli ambienti legati al mondo del vino che vale la pena raccontare. Per prima cosa bisogna ricordare che l’esercito romano era formato in gran parte da soldati mercenarie che ogni soldato aveva diritto ad una dose giornaliera di vino. Inoltre nella classe dirigente, tra cui aristocratici, nobili, senatori, consoli, non si facevano sovente mancare l’occasione per banchettare e bere vino in gran quantità. Per bere il vino i romani, sia soldati che aristocratici e nobili usavano come bicchieri dei contenitori fabbricati con vari metalli, più o meno tossici, primo fra tutti il solo piombo. A questo proposito, da alcuni studi fatti negli USA sulla storia di Roma è emerso che l’enorme uso di piombo con il suo elevatissimo livello di neurotossino, interagendo con il vino, abbia col tempo danneggiato e compromesso l’integrità mentale del popolo romano e delle sue classi dirigenti, tanto da prendere sul serio la considerazione di questo contesto come una delle cause del declino di Roma. In pratica i Romani si sarebbero avvelenati a loro insaputa. Con la disgregazione dell’impero, Roma e l’Italia tutta, subiscono diverse invasioni dette barbariche da parte di popolazioni nord europee come gli Unni, gli Ostrogoti, i Visigoti. La stessa Roma viene messa a ferro e fuoco più volte dagli eserciti invasori. Se pensiamo che Roma, al tempo di Traiano, intorno al 100 d.c., aveva raggiunto il milione di abitanti scendendo a centomila nel pieno medio-evo, si capisce l’entità del declino. Declino che riguarderà anche le attività agricole in generale, viticoltura compresa, almeno sino alla nascita delle città-stato. Ciononostante in Italia esistono già una moltitudine di vitigni autoctoni ed alloctoni, per lo più abbandonati a se stessi. I contadini preferiscono occuparsi di altre colture più adatte a combattere la fame. La svolta decisiva arriverà col Rinascimento. L’Italia è ancora spezzettata in vari ducati, principati e regni, ma le famiglie che ne detengono il potere capiscono l’importanza di rivalutare i propri latifondi e quindi anche delle vigne. Alcune di queste famiglie come quelle de Medici, Brandini, Orsini, Borghese e Giustiniani, si pregiano anche della loro sovranità ecclesiastica, annoverando nei loro rami cadetti, cardinali, papi di indiscusso potere, tanto da essere soprannominate famiglie papali. Saranno proprio queste potenti famiglie, tornate a Roma dopo il lungo esilio di Viterbo (città dei Papi) a convogliare sforzi e capitali nella coltura del vino, senza più interruzioni, per alcune di esse, fino ai nostri giorni. Anche l’arte ritrova lo splendore dei tempi d’oro, Gli artisti a vari livelli si dilettano nel rappresentare figure mitologiche legate al vino, come il dio Bacco, in opere marmoree, statue, bronzi, bassorilievi, piuttosto che affreschi e dipinti vari. Intanto dal Nuovo Mondo da poco scoperto arriva la vite americana che, innestata con la vitis-vinifera, risolse il gravissimo problema dei vitigni d’Europa afflitti dalla fillossera, un micidiale parassita che mise in ginocchio l’intera viticoltura del nostro continente. Roma, grazie ai Papi mecenati, ritrova il suo splendore con le opere barocche del Bernini e Donatello, fra i più illustri, e rinascimentali di Caravaggio, Michelangelo, Borromini e molti altri. Gli stessi Papi alimentano lo sviluppo della viticoltura nelle colline intorno a Roma (Castelli Romani), in gran parte territori di loro proprietà, abbellendoli con ville d’indubbio splendore. Nascono vie dedicate a vigneti esistenti sia dentro che fuori le mura di Roma, ancora oggi presenti. Alla fine del ‘700 il vino a Roma è soprattutto bianco, si allevano vitigni come il Cacchione, il Bellone, il Bombino, il Trebbiano del Lazio e la Malvasia bianca puntinata per il famoso Cannellino di Frascati; vitigni particolarmente rivalutati alle soglie del 21° secolo. Mentre Roma ritrova lo splendore di un tempo, in Toscana e in Piemonte non sono da meno. In Toscana, fiorentini e senesi si contendono il primato del territorio e della qualità della viticoltura regionale con i loro Chianti e i loro Brunelli. Alla fine dell’800 il Chianti risulterà il più esteso territorio a monovitigno del mondo, primato tutt’oggi in vigore. I vitigni in Toscana sono: il Sangiovese per il Chianti, il Sangiovese Grosso per il Brunello e il Prugnolo Gentile, uno dei 200 cloni del Sangiovese, per il Nobile di Montepulciano. In Piemonte, i Savoia detengono il primato dell’eccellenza vinicola italiana. E’ il barolo, detto anche “vino dei Re”, da vitigno Nebbiolo, a reggere il confronto sulla scena internazionale, seguito dal Dolcetto d’Alba, dal Barbera d’Asti e del Monferrato e dal Grignoli. Questi ultimi, tutti vini a bacca rossa, più importanti per realtà locali che per quelle estere. Anche nelle isole maggiori e nel Regno dei Borboni, si producono vini di buona consistenza, ma anche per questi vini vale la regola del successo locale e la scarsa considerazione oltralpe. Tutti i vini italiani, Barolo incluso, continueranno ad avere enormi difficoltà a farsi conoscere ed apprezzare fuori dal proprio territorio fin oltre la metà del 20° secolo per due ragioni fondamentali: la prima è di carattere geografico, la seconda è in un certo senso di natura politica. Geograficamente l’Italia non ha accesso diretto all’Oceano Atlantico e non di meno alle altre vie più strategiche della rete commerciale nord europea verso i mercati internazionali, per via delle Alpi. Trasportare uve o vini dalla punta meridionale dello stivale fino alle Alpi, negli ultimi secoli, non era cosa di poco conto, figuriamoci attraversare i valichi alpini con i carri colmi di uva, senza delle vere e proprie strade e senza gli odierni trafori. Tempi lunghissimi, enormi rischi, spese esose e la possibilità di far marcire le uve o rovinare il vino durante il trasporto, hanno reso tale impresa per i viticultori italiani praticamente quasi impossibile. Politicamente l’Italia, come ho già detto in precedenza, è ancora tutta spezzettata; la frammentazione del potere impedisce il sorgere di una concreta ed efficace riforma agraria e di una più specifica regolamentazione del settore vinicolo, ciò che avverrà soltanto nel 1963 con la nascita della Denominazione di Origine Controllata e Garantita (D.O.C.G.) e dalla Indicazione Geografica Tipica (I.G.T.). A questo quadro bisogna aggiungere la posizione sociale dei vignaioli che, essendo in primis non altro che poveri contadini, poco si preoccupano di investire le scarse risorse a disposizione per affinare le tecniche di vinificazione e di mantenimento o invecchiamento del vino. Sostanzialmente il fattore si preoccupa di produrre più vino possibile a discapito della qualità. Questa mentalità, per gran parte d’Italia, rimarrà invariata purtroppo fino agli anni ’60 del ventesimo secolo, anni in cui si arriverà in media a produrre fino a 200 ql di vino per ettaro coltivato, rispetto agli odierni 80-100 ql. Ciò renderà impossibile competere con i cugini d’oltralpe, molto ben organizzati. Essendo loro monarchia nazionale già dal ‘500 ed avendo porti di enorme importanza strategica sull’Oceano Atlantico, possiedono tutte le carte in regola per avvalersi del primato mondiale in materia di vino.___ Anche la Francia apprende l’arte di fare il vino dai Romani in epoca imperiale, è alla fine del 19° secolo, 200 anni più avanti di noi e vi rimarrà a lungo. Per meglio di capire, già nel ‘600 il chimico Pasteur apporta al settore vinicolo francese un notevole contributo, facendo saltare i transalpini al 1° posto mondiale del settore. Bisogna ricordare sempre che quello che noi in Italia chiamiamo spumante o metodo classico nasce in Francia per merito di un monaco, Don Perignon, e si chiama champagne. Lo champagne è il vino preferito della regina d’Inghilterra e di tutte le corti europee, da Caterina di Russia, la monarca illuminata, al Re del Belgio, dai nobili prussiani agli asburgici, dal Re di Svezia, agli austroungarici, fino ai Re Sabaudi compresi. Attraverso l’impero coloniale, lo champagne, ed il vino francese in generale, faranno il giro del mondo pressoché indisturbati da qualsiasi competitor, quasi in regime di monopolio. Le famosissime cinque grand cru premiere della triade bordolese, lo Chateau Margaux, Latour, Lafite, Montreux e d’Yquem, affiancate dai grandi Pinot Noir della Bourgogne, riempiranno le carte dei vini dei più importanti ristoranti in tutto il mondo fino ai giorni nostri. E anche se questi vini si avvaleranno del contributo di uve del sud dell’Italia, soprattutto pugliesi, per dar loro maggior forza e robustezza, la Francia si rivelerà assai brava a mantenere tale segreto per lungo tempo. Del vino italiano, nel mondo, se ne comincerà a parlare soltanto attraverso le comunità italo-americane dopo il grande flusso migratorio d’inizio ‘900 verso le Americhe. Anche la I Guerra Mondiale, con i milioni di soldati sparsi per tutta l’Europa, farà da veicolo informativo. Paradossalmente è con la II Guerra Mondiale che l’Italia del vino si farà conoscere, convivendo sul suo stesso suolo, prima con milioni di soldati tedeschi nostri alleati, poi con le forze d’invasione anglo-americane. Sono moltissimi gli episodi di saccheggio da parte di soldati tedeschi in ritirata ovunque in Italia, nelle migliori cantine. Dalla cronaca di uno di questi episodi, fu persino girato un film nel 1° dopoguerra, ambientato a Montefiascone, patria del famoso Est.Est.Est, conAnna Magnani ed Anthony Queen nelle vesti di sindaco,: racconta come quest’ultimo rischia la fucilazione pur di non consegnare il vino migliore al comando tedesco. Dilaniato da due conflitti mondiali ed una guerra civile in poco più di trent’anni, nel Paese parte la ricostruzione. Arrivano gli anni ’60, il boom economico, e tutto è nuovo, sostituendosi al vecchio. Sono nuove le reti ferroviarie, le vie aeree e marittime, con scali e destinazioni in tutto il globo, ma soprattutto viene ultimata l’autostrada del Sole che collegherà il sud col nord lungo tutta la dorsale appenninica fino alle alpi. Il collegamento con l’Europa del nord verrà ultimato con la fine dei lavori del traforo Gran Paradiso e Gran San Bernardo. Nonostante ciò, il divario tra Francia e Italia, per qualità ed esportazioni è ancora notevole. Alla fine degli anni ’60 l’Italia è il maggior produttore di vino al mondo con quasi 65 milioni di quintali all’anno. Si produce molto vino ma, tranne che per alcune realtà di eccellenza, la qualità è ancora mediocre. Il geniale imprenditore delle langhe in Piemonte, Angelo Gaja, seguito subito dopo da Arnaldo Caprai in Umbria, saranno i precursori del nuovo modo di porsi in tema di vino. La famiglia Gaja vanta una lunga tradizione di vignaioli, producendo ottimi baroli e barbareschi da vitigno Nebbiolo. Il vecchio Angelo è fermo su posizioni e scelte aziendali ormai desuete, secondo il nipote, anch’egli Angelo. Quando quest’ultimo decide di sostituire una buona parte degli antichi vitigni di Nebbiolo con Cabernet Sauvignon, nonno Angelo va su tutte le furie. Il giovane Gaja capisce che, se vuole conquistare i mercati esteri, non basta produrre degli ottimi Baroli, deve invece sfruttare i canali francesi, producendo un vino con vitigno internazionale come il Cabernet Sauvignon. L’amarezza di nonno Gaja non tarda ad arrivare e suggerisce ad Angelo nipote il nome per il suo nuovo vino. Il primo Cabernet Sauvignon italiano si chiamerà “DARMAGI”, che in dialetto piemontese significa “PECCATO!!!”. Il Darmagi varcherà i confini italiani ed europei, riscuotendo grande successo soprattutto negli Stati Uniti. E’ a questo punto che si aprono le porte del cambiamento, sulla scia di Gaja e Caprai, molti altri viticultori intrapresero la strada della modernizzazione. Il Triveneto, eccezion fatta per quel grande vino che è l’Amarone, sceglie la via dei grandi bianchi; Sauvignon, Chardonnay, più vini da uvaggi autoctoni come il “Friulano”, il “Tocaj” e molti altri, riscuotendo un discreto successo internazionale. Finalmente il mondo del vino si accorge di noi; assieme ai vini con vitigni alloctoni si affiancano i vini della nostra antica tradizione. L’Italia vanta il maggior numero di vitigni autoctoni al mondo, con più di mille varietà. Siamo in Umbria, sono gli anni ’70, l’imprenditore Arnaldo Caprai a Montefalco si accorge dell’importanza del momento per ammodernare la sua azienda e per i suoi vigneti di Sagrantino da lungo tempo addormentati. Acquista diversi ettari di terre collinari con buona esposizione al sole attorno a Montefalco. Con l’aiuto della facoltà di agraria dell’università di Perugia, reimpianta diverse centinaia di piante Sagrantino e, sfruttando al massimo le più moderne tecniche agrarie (bassa resa, invaiatura, potatura verde, ecc.), rivaluta il vitigno Sagrantino portandolo al massimo del suo potenziale. Passeranno circa sette anni prima di raccogliere i primi frutti con la prima bottiglia del nuovo Sagrantino. Saranno gli anni ’80 e ’90 a decretare il reale successo di Caprai e del suo Sagrantino, raccogliendo consensi non solo nell’ambito nazionale. La potenza del Sagrantino in termini di struttura e complessità nella fase di invecchiamento, non ha eguali nel mondo. Con i suoi 7500 microgrammi/l di polifenoli detiene il primato mondiale. I grandi Bordeaux non superano i 3500. Prima di scendere di latitudine verso l’Abruzzo, Campania, Calabria e Sicilia è doveroso raccontare ciò che accade in Val d’Aosta con gli ice-wine. In Val d’Aosta oltre che dei Pinot Noir, si produce un vino a bacca bianca, il “Blanc de Morgex”, le cui uve autoctone, (100% Pre-Blanc), rimangono attaccate alla vite fino ai primi di gennaio. Si vendemmia sotto la neve con diversi gradi sotto lo zero, chicco per chicco. Il ghiaccio asciuga l’acino come fa il sole ai famosi passiti siciliani, ottenendo una notevole concentrazione zuccherina, primo passo per poi poter vinificare un vino liquoroso di grande eleganza ed equilibrio armonico. Lo stesso avviene in Germania con il Reasling Renano, dove la vite raggiunge il massimo della latitudine possibile in Europa per la produzione di vino. Si tratta del Trokenberenauslese anch’esso ice-wine, molto probabilmente copiato ai valdostani. Rimanendo nelle colline e nelle valli alpine, questa volta ci spostiamo ad est, nel Trentino Alto Adige e Sud Tirol, terre di antiche tradizioni culturali enogastronomiche ancora intatte. Teroldeco Rotaliano, Marzemino, Lagreine, Pinot Noir, i grandi rossi di quelle regioni che affiancati dagli eccellenti Gewugstraminer aromatici e Muller Turgau di Elena Walch, pongono il Trentino Alto Adige e Sud Tirol tra le regioni di punta nel settore a livello mondiale. Partiti dal Nord Italia, passando per l’Abruzzo con il suo emblema, il vino di Montepulciano d’Abruzzo, scendendo lungo le colline campane con i suoi grandi Aglianici in purezza, (Taurasi), piuttosto che i morbidi Neri di Troia, giungiamo in Calabria; una terra per lungo tempo ferma nel settore vinicolo, ma che oggi può vantare alcune prelibatezze poco conosciute con il suo vitigno portabandiera, il “Cirò”, probabilmente uno dei vitigni più antichi del nostro paese. Anche la Puglia, a tutt’oggi, fa la sua parte con i suoi potenti vini rossi. Tra i più rappresentativi c’è senz’altro il “Primitivo di Manduria”, non di meno il “Salice Salentino” e l’”Aglianico del Salento”, non dimenticando la “Malvasia Nera” di Lecce. Per un piacere del tutto personale, finalmente giungiamo sulle più felici e fascinose terre per la produzione del vino, la Sicilia. Dal tempo di Omero ad oggi, Sicilia ed Isole Minori ne hanno fatta di strada. Mantenendo intatte molte delle antiche tradizioni, la Sicilia con il suo terreno e con il suo clima perfetti per la viticoltura, vanta una numerosissima varietà di vitigni autoctoni ed alloctoni, oltre che la produzione di vini di grande eccellenza, bianchi, rossi, rosati e passiti, che tutto il mondo ci invidia; vitigni come l’Inzoglia, il Grillo, il Catarratto per i bianchi e il Nerello Mescalese, il Cerasuolo di Vittoria, il Nero d’Avola ed il Frappato per i rossi. Planeta, Conte Tasca d’Almerita, Duca di Salaparuta, Florio, Firriato, De Bartoli, Donna Fugata, Haunere e Murana, sono solo alcune delle famiglie più importanti nella Sicilia del vino. A Pantelleria, Salvatore Murana vanta il miglior vino da dessert di calore al mondo: il “ Martingana”, che prende il nome dalla contrada Martingana, nel sud dell’isola, dove vento e sole compiono il loro capolavoro sui vitigni di Zibibbo (o Moscato d’Alessandria). Tasca d’Almerita, che produce uno dei migliori Cabernet Sauvignon al mondo; Planeta, con i premiatissimi Nero d’Avola e Chardonnay; Florio con il vino più longevo del mondo; il Marsala, intatto fin oltre i cento anni. Intanto un altro decennio è passato, l’Italia ha totalmente cambiato mentalità, da una rurale e quindi inefficace, ad una più moderna, tecnologica, scientifica e di qualità dell’impresa. I risultati non tardano ad arrivare. Alle soglie del 21° secolo, l’Italia ha praticamente azzerato il divario con la Francia e con i modernissimi e ricchi viticultori americani, sud africani e australiani. La svolta decisiva arriva nella primavera dell’anno 2000. Il “Solaia” di Antinori, una I.G.T. con uvaggio 75% Cabernet Sauvignon, 20% Sangiovese e 5% Cabernet Franc, vince l’oscar come miglior vino del mondo con l’annata ’97, una delle migliori per il vino italiano. Seguiranno altri premi per i vini italiani non meno importanti. L’oscar mondiale arriva in Italia per la seconda volta in soli otto anni. Il primo ad aggiudicarselo fu proprio il geniale Angelo Gaja junior con il suo “Sorì San Lorenzo ‘89”. Un vino sulla cui storia è stato scritto un interessantissimo libro di grande successo che tutti dovrebbero leggere. Ai riconoscimenti accademici, si aggiungeranno già dal 2001, gli attesissimi successi in termini economici. L’Italia risulterà il maggior esportatore europeo di vino al mondo, superando i nostri cugini transalpini di oltre il 6% sulle esportazioni oltre oceano, in particolare negli States. Anche nelle bollicine i francesi cominciano a perdere quote di mercato. I nostri spumanti in molti casi sono migliori dei loro costosi champagne e con prezzi più competitivi. E’ anche grazie al turismo enogastronomico, su cui le imprese italiane hanno molto investito negli ultimi vent’anni, che persino in Cina ed in Giappone si parla di grande Francia Corta, Masi e Giulio Ferrari. Oggi in Italia da circa 600 vitigni autoctoni su 1000 presenti nel territorio, si producono attorno ai 45 milioni di quintali di vino all’anno, 20 in meno di trent’anni fa. Si beve meglio e con maggior accortezza, ma non bisogna abbassare la guardia, perché anche se l’Italia, con una politica particolare, ha messo i piedi anche in Scandinavia, la nuova sfida arriva dalla birra artigianale. Per adesso godiamoci questo momento lungamente atteso e, alla faccia dei francesi, “VINO D’ITALIA CAPUT MUNDI”…AH AH AH!!!
nessun commento vai all'articolo... freccia
contenuti per categoria
  • arte e cultura
    arte e cultura
    1 articolo
  • biografie
    biografie
    3 articoli
  • cucina
    cucina
    14 articoli
  • fumetti
    fumetti
    9 articoli
  • intervista
    intervista
    1 articolo
  • musica
    musica
    1 articolo
  • poesia
    poesia
    29 articoli
  • racconti
    racconti
    8 articoli
  • scienza
    scienza
    2 articoli
  • società
    società
    4 articoli
  • sport
    sport
    3 articoli
2011 -Sito e rivista dell'associazione "il Detto Matto" di Ostia.
Torna Su
... nelle ricerche precedenti
... negli articoli del sito